trovare il coraggio

“Trasformare una situazione di male in una occasione di bene”, l’omelia del Vescovo a Capodanno

Il testo integrale.

“Trasformare una situazione di male in una occasione di bene”, l’omelia del Vescovo a Capodanno
Cronaca 01 Gennaio 2021 ore 06:00

Un Capodanno senza precedenti, una pandemia in atto che sta mettendo a dura prova tutto il mondo. Un Capodanno che però deve essere interpretato come “un’opportunità inedita dal momento che Dio, e solo lui, riesce a trasformare una situazione di male in una occasione di bene”, così ha detto il vescovo Oscar Cantoni nell’omelia della messa di ieri, 31 dicembre 2020. Ecco il testo integrale.

 

Omelia del Vescovo Oscar

Vorrei innanzitutto sottolineare questa frase del vangelo che abbiamo appena udito: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Ecco richiamata una dimensione essenziale dell’animo di Maria: la sua disposizione all’ascolto, per riflettere sul significato profondo degli avvenimenti. Maria sa interpretare nella fede i diversi fatti, riesce a collegarli gli uni agli altri, perché tutto è interconnesso.

Certamente Maria riconosce una discrepanza tra ciò che le era stato annunciato dall’angelo al momento della annunciazione e la situazione non facile nella quale ella, con Giuseppe, è stata coinvolta, alla nascita di Gesù a Betlemme e cerca di darsi una ragione.

Il Figlio di Dio, il promesso Messia, nasce non in un palazzo regale e nemmeno in una condizione normale, ma in una misera grotta e viene deposto in una mangiatoia, dopo la negata ospitalità all’albergo, perché per loro non c’era posto (Lc 2,7)

L’atteso delle genti, Colui che “salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21), non è certo accolto con i dovuti onori, ma viene riconosciuto esclusivamente da alcuni pastori, accorsi “senza indugio”, stupefatti dall’angelico annuncio. Solo i piccoli e i poveri sono stati gli spettatori attoniti del nato re.
Maria sa rileggere nella fede il succedersi di questi episodi, intravvedendo in essi la realizzazione storica delle promesse rivoltole dall’angelo Gabriele, quando l’ha salutata “piena di grazia” (Lc 1,28).

Vogliamo fare nostra la capacità riflessiva di Maria, che il vangelo ritrae mentre nel suo cuore meditava sul senso degli eventi, di cui lei stessa era stata in parte protagonista e testimone.
Anche noi, sull’esempio di Maria, se diventiamo capaci di uno sguardo contemplativo, siamo messi in grado di riflettere nella fede sul tempo che abbiamo vissuto quest’anno, sulla crisi che ci sta colpendo, sulle calamità che si sono succedute in questi mesi, sulle fatiche, sui lutti, sulle sofferenze che come popolo e come singoli abbiamo affrontato in questo periodo drammatico della nostra storia.

Con lo stesso sguardo di fede di Maria, ci viene offerta la possibilità di rileggere questo anno, senza tuttavia nasconderci le fatiche e la provvisorietà del tempo presente, riconoscendo in esso, insieme a una crisi sanitaria, economica, sociale e religiosa, che non potremo superare facilmente, anche una opportunità inedita, dal momento che Dio, e solo lui, riesce a trasformare una situazione di male in una occasione di bene.

Come credenti, osiamo confidare che la nostra esistenza, insidiata da grandi difficoltà, si sviluppa anche oggi all’interno di un disegno buono da parte di Dio Padre, che deve essere però unito nel dialogo aperto tra la sua libertà e la nostra.

Vinciamo innanzitutto il sospetto, molto ricorrente, di interpretare la pandemia come un’azione punitiva da parte di Dio. Egli ha inviato il suo Figlio e lo Spirito santo perché anche noi diventiamo suoi figli, come ci ricorda un antico adagio dei Padri della Chiesa: “Il Figlio di Dio si fece Figlio dell’uomo, affinché l’ uomo, mescolandosi a Dio e ricevendo l’adozione filiale, diventi Figlio di Dio” (sant’Ireneo).

Dio non può volere il male per i suoi figli adottivi, perché li ama sinceramente, ma certo dobbiamo imparare a riconoscere dentro questa situazione, così complessa e dolorosa, anche un salutare avvertimento che il Signore rivolge a ciascuno di noi, personalmente, come membra vive della Chiesa, e al mondo intero.

Abbiamo vissuto un Natale molto diverso da quelli degli anni precedenti, ma non meno autentico, forse il più difficile, dal momento che l’incertezza accompagna in questo periodo la grande avventura della umanità.
Davanti al debole Bambino, con accanto Maria e Giuseppe, non abbiamo nascosto le nostre paure, più consapevoli di un tempo della nostra finitudine e vulnerabilità, anche se “dobbiamo imparare ad accogliere la nostra debolezza con profonda tenerezza” (EG 88).
Gesù è accanto alla solitudine e alle sofferenze di ciascuno, porta con noi le croci di questo periodo per rendercele meno pesanti.
Vinciamo allora il sospetto, riferito nel libro dell’Esodo, quando il popolo, in un momento di difficoltà, ha avuto la sfacciataggine di domandarsi: “Il Signore è in mezzo a noi si o no? (cfr Es 17,7). Rinnoviamo la nostra fede nel Signore che è con noi, ci accompagna e ci sostiene, piange con noi vedendo la debolezza dei suoi figli.
Lo sottolineo con le parole stesse di papa Francesco: “Abbiamo un’ àncora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi mai dal suo amore redentore”.

In questi mesi abbiamo intravisto i “segni di morte”, nei diversi contesti, a partire dalle nostre famiglie, negli ospedali come nelle case di cura per anziani, nelle scuole, come nelle nostre comunità parrocchiali, segni che balzano subito agli occhi attraverso i mezzi di informazione. Tuttavia dobbiamo pur imparare ad ammettere e riconoscere anche i “segni di risurrezione” , spesso nascosti, ma reali, ancor più di prima, presenti nel nostro ambiente di vita.

Non possiamo dimenticare gli innumerevoli gesti di solidarietà, prodotti nel tempo del confinamento, non solo da parte degli operatori sanitari, medici e infermieri (che hanno agito con una dedizione ammirevole), ma anche l’impegno di tante altre persone comuni, solitamente dimenticate, che si sono prese cura degli altri e che si sono rivelate non tanto dei semplici funzionari o professionisti quanto dei veri fratelli, quali trasportatori, forze dell’ordine, addetti alle pulizie, badanti, sacerdoti e religiose, insegnanti, avendo cura di non seminare panico, ma corresponsabilità. Non è rimasta parola vuota la certezza che “nessuno si salva da solo!”.

Una assistenza reciproca tra il vicinato ha creato nuove amicizie, ha offerto nuove opportunità per un tempo meno accelerato, a differenza di prima, dove l’essenziale veniva subordinato alla fretta, alle scadenze, agli impegni da risolvere immediatamente, alla economia del frivolo e dell’illusorio.

Molti hanno trovato l’occasione favorevole per riscoprire o intensificare relazioni autentiche tra le persone, per una vita più conviviale, meno caotica e fugace, per instaurare un maggior contatto dialogico tra genitori e figli, per una autentica vita fraterna, anche con una attenzione personalizzata verso i poveri, i quali hanno bisogno non solo di cibo o di accoglienza nei dormitori, ma soprattutto di amicizia, senza essere considerati solo casi da risolvere, quietando così la nostra coscienza.

Certo, in questo periodo si sono intensificati anche gli episodi di violenza in famiglia e gesti sconsiderati nelle strade, indice di una mancanza di rispetto verso la collettività e verso se stessi. Il bene, tuttavia, anche se non è appariscente, è più forte del male.

Dureranno queste pratiche solidali? Si svilupperà questo risveglio della solidarietà tra famiglie, tra le diverse realtà comunitarie, si rafforzeranno nel tempo futuro i legami di solidarietà concreta e vissuta, da persona a persona, da gruppi a persona, da persona a gruppi, dopo la conclusione di questa pandemia ? E quali lezioni ne deriveranno per coloro che hanno responsabilità di governo?

Le persone, oggi più che mai, hanno bisogno di essere aiutate, sostenute, accompagnate. Le nostre comunità parrocchiali hanno cercato in tutti i modi di esprimere vicinanza e offrire segnali di speranza, così come non sono mancate occasioni di sostegno, di responsabilità e di solidarietà da tanti giovani volontari, ma anche dai membri della Croce Rossa, del Servizio civile, dagli Alpini e da altre persone di buona volontà e di ogni fede religiosa.

I “segni di risurrezione”, anche se sempre discreti e non appariscenti a prima vista, sono testimoniati un po’ ovunque, come frutto della carità.
L’azione caritativa a più livelli, realizzata in questo periodo, si è dimostrata e rimane la prima e la più credibile testimonianza del Vangelo, la via più immediata per la evangelizzazione.

Ecco perché, anche in questo anno, possiamo trovare il coraggio di ringraziare e benedire il Signore.

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