Cyberattacchi in aumento in tutta Italia: le piccole imprese sono pronte?

Cyberattacchi in aumento in tutta Italia: le piccole imprese sono pronte?

I numeri del Rapporto Clusit 2026, presentato lo scorso marzo dall’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica, non lasciano molto spazio a interpretazioni ottimistiche: nel 2025 sono stati censiti 5.265 incidenti informatici gravi nel mondo, il 48,7% in più rispetto all’anno precedente. Si tratta del dato peggiore mai registrato da quando l’associazione ha iniziato a monitorare il fenomeno, nel 2011. La media mensile degli attacchi è passata da 171 nel 2021 a 439 nel 2025: una crescita del 256% in cinque anni che non ha più il profilo di un’emergenza passeggera, ma di un cambio strutturale nel modo in cui aziende e istituzioni vengono prese di mira.

L’Italia, un bersaglio sproporzionato

Il dato che riguarda più da vicino le imprese del territorio è quello italiano: 507 incidenti gravi nel 2025, pari al 9,6% del totale mondiale, una quota molto più alta di quanto ci si aspetterebbe considerando il peso economico del Paese. Tra il 2021 e il 2025 gli incidenti noti contro aziende e organizzazioni italiane sono stati complessivamente 1.432, più di un terzo solo nell’ultimo anno. Una parte di questa esposizione è legata a ragioni geopolitiche — l’Italia concentra da sola il 64% dell’hacktivismo mondiale — ma il rapporto punta anche il dito su qualcosa di più strutturale: le organizzazioni italiane restano più spesso vittime di attacchi tecnicamente poco sofisticati, segno che la postura di sicurezza di molte realtà, comprese le piccole e medie imprese, è ancora largamente insufficiente.

Tra i settori più colpiti a livello globale ci sono manifattura (+79%), pubblica amministrazione e difesa (+37%) e sanità (+19%), oltre a una crescita marcata per ICT (+46%), servizi finanziari e assicurativi (+27%) e per il settore professionale-scientifico-tecnico (+91%). Il pattern che emerge dal rapporto è chiaro: chi ha meno risorse da dedicare alla sicurezza informatica — tipicamente le PMI, che hanno reparti IT ridotti all’osso — diventa il bersaglio preferito quando i settori più maturi alzano le difese.

Il phishing con la marcia in più dell’AI

Il capitolo del rapporto dedicato all’intelligenza artificiale spiega bene perché la soglia di attacco si sia abbassata così tanto (+75% degli attacchi di phishing e social engineering): l’AI generativa viene usata per scrivere email di phishing molto più credibili di quelle di qualche anno fa e per automatizzare la ricerca di vulnerabilità nei sistemi (+65%). Un’email di phishing scritta da un modello linguistico non presenta più quegli errori grammaticali o quelle formulazioni improbabili che un tempo la smascheravano a colpo d’occhio. Inoltre, più informazioni reali su un’azienda o su una persona riesce a incorporare (nome del titolare, fornitori abituali, linguaggio tipico del settore), più diventa difficile distinguerla da una comunicazione legittima.

Buona parte di quelle informazioni, oggi, non c’è nemmeno più bisogno di rubarle con un attacco mirato: circolano già nei database dei data broker, alimentati da anni di app, newsletter, moduli online compilati senza troppa attenzione. Per questo motivo, oltre agli strumenti tecnici classici — backup testati, formazione del personale, protezione degli endpoint — una parte crescente della sicurezza passa anche da qui: ridurre a monte il materiale personale e aziendale pubblicamente disponibile. Servizi come Incogni si occupano proprio di individuare e contattare i data broker per chiedere la cancellazione di questi dati, restringendo il materiale che un hacker può usare per costruire un attacco su misura.

Conclusione

Per una PMI, che spesso non ha budget per un presidio interno dedicato alla sicurezza informatica, questo tipo di prevenzione a basso costo diventa una delle poche difese realisticamente alla portata. L’obiettivo, nel tempo, resta quello di investire in strumenti di protezione più avanzati e in un piano di backup e ripristino dati testato con regolarità: sono le due raccomandazioni con cui il rapporto Clusit chiude la sua analisi. Ma il punto di partenza, oggi, è ridurre ciò che si espone: meno dati personali e aziendali in circolazione significano meno materiale con cui un attacco su misura può essere costruito.